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Intervista al Presidente Nazionale

Cison di Valmarino, 10 agosto 2015

SEBASTIANO FAVERO E DON BRUNO FASANI PER UN’ INTERVISTA MEMORABILE

Nell’ambito della manifestazione “Artigianato Vivo” a Cison di Valmarino gli organizzatori dedicano una serata per un’intervista a personaggi importanti. Quest’anno tocca agli alpini!

In una piazza gremita Giancarlo De Luca si prepara ad intervistare il Presidente nazionale dell’ANA Sebastiano Favero e il direttore dell’Alpino don Bruno Fasani. Per scaldare la platea il coro “Col di Lana” di Vittorio V. attacca “La leggenda del Piave”, quasi un auspicio per l’Adunata che nel 1917, si spera, approderà nella Marca trevigiana.

Sebastiano Favero puntualizza subito che la Grande Guerra è stata voluta dai ricchi, mentre don Bruno precisa che il luogo comune che l’Italia sia un Paese di voltagabbana e che il pettegolezzo che l’Italia sarebbe andata con il vincitore sono facilmente smontabili: basti pensare che la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia è stata resa nota all’Italia soltanto 24 ore prima. All’entrata in guerra l’Italia era debolissima, dissanguata dalla guerra di Libia e politicamente fragile.

Don Bruno ci spiega che si comprese subito che la nuova Guerra sarebbe stata devastante, con gente sradicata dalla propria terra (dalla Sardegna al Friuli), e cresceva la preoccupazione dei soldati per le loro famiglie. 2,5 miliardi sono le lettere che i soldati hanno spedito dal fronte e 1,5 miliardi le lettere spedite dalle famiglie. In queste condizioni estreme nasce il concetto di Patria, partendo proprio dalla famiglia che i soldati percepiscono in grave pericolo.

Alla domanda sulla memoria scritta o raccontata, Favero non ha tentennamenti: lui è di Possagno, paese in prima linea sulla battaglia del Grappa e del Piave e i racconti dei nonni e dei parenti sulla guerra vissuta erano molto diversi da quelli degli storici (del resto tuttora l’informazione non è Vangelo…).

Il “Col di Lana” nei suoi interventi musicali intona ora il “Ta Pum”. Favero, parlando della guerra d’inverno, ci accompagna nell’Adamello, nell’Ortigara, sul Grappa e in Istria fin sul Monte Nero. “Gli alpini hanno avuto nel gelo dell’inverno un avversario in più, anche perché i nostri comandanti avevano un concetto diverso di guerra in montagna. Gli alpini hanno saputo andare oltre perché coscienti che la montagna non si affronta da soli e che all’assalto bisogna unire tutte le proprie forze a quelle degli altri.

La terribile “guerra bianca” era l’esaltazione epica dell’eroismo, ma anche la più crudele”. Don Bruno ci ricorda che la 1^ Guerra Mondiale è stata anche la prima occasione d’incontro tra Nord e Sud, primo e ultimo atto dell’Unità d’Italia, nata sulle trincee, atto che non appare ancora concluso.

Il canto “E le stellette” consente a don Bruno di introdurre il tema del rancio. “Se avete fame guardate lontano” non era certo una battuta, eppure da qualche lettera si evince che a casa si mangiava anche peggio che al Fronte. Con la guerra di posizione le trincee diventavano “case stanziali”. Il cibo era preparato nelle retrovie e trasportato poi in prima linea: in quali condizioni potesse arrivare, se arrivava, non è difficile immaginarlo. Il riso non era gradito ai Meridionali, mentre in guerra si beveva il caffè, bevanda considerata un lusso. E, se in prima linea mangiare era difficile, il problema dell’alimentazione era di tutti e per tutti.

Ancora don Bruno: “Quando l’Italia entra in guerra era ultima, in tutti i sensi! Mentre gli altri Paesi investivano nell’industria, l’Italia era immersa nelle “Belle Arti”. I Tedeschi cominciano ad investire in Italia ai primi del secolo scorso e, quando allo scoppiare della guerra si ritirano, lasciano un’industria già capace, anche perché la FIAT e la Caproni con altre industrie nostrane erano entrate nella civiltà industriale”.

Tocca a Favero raccontare Caporetto e la linea del Piave. Dopo la disfatta di Caporetto ci si rese conto di essere davvero in grave pericolo. “Non si spiega altrimenti come sia stato possibile arginare l’avanzata dell’esercito austro-ungarico sul Grappa e sul Piave con un esercito praticamente allo sbando e men che meno si spiega la conseguente vittoria finale!”.

Don Bruno ci racconta delle difficoltà del dopo-guerra, degli errori politici avvenuti subito dopo la guerra con la delegazione italiana che abbandona il tavolo a Versailles e la perdita dell’Istria e di Fiume, dell’epidemia di “febbre spagnola” che uccide 20 milioni di persone. “Durante la guerra 5,6 milioni di donne hanno preso il posto dei soldati nel settore industriale bellico ed ora devono lasciare il posto ai reduci. Intanto nascono e crescono nuovi nazionalismi, come adesso del resto…

Gli alpini sono stati bravi ad unirsi in Associazione fin dal 1919”.

- A proposito, Presidente come sta l’ANA?

“Gli alpini sono fisiologicamente in calo e gli “amici degli alpini” sono in aumento: i dati ci dicono che l’Associazione conta 360.000 iscritti, 270.000 alpini e 90.000 amici (mi piace chiamarli così come li aveva pensati Bertagnolli quando vennero istituiti) che sono di grande aiuto e meritano dignità e rispetto. Giova ricordare che, a quasi 100 anni dalla nascita dell’Associazione, i nostri Sindaci hanno 4.500 alpini volontari a disposizione per ogni evenienza”.

- E le Adunate?

Don Bruno non ha dubbi: gli alpini sono un simbolo che tiene unito un popolo in positivo. “I politici sono da dividere tra chi viene per condividere una festa genuina e chi va all’incasso. Gli alpini sono un antidoto a certi modi di divertirsi, a quelle discoteche dove ci si diverte… da morire!

Gli alpini sono coscienti che non c’è solo lo Stato, ma che tutte le persone si devono far carico del bene comune. La giurisprudenza non fa più il bene comune. In uno Stato che sbanda gli alpini vanno in chiesa e pregano!”.

Favero è chiamato quindi a parlare della naja abolita.

“La naja è sospesa e non abolita per mancanza di coraggio da parte dei nostri politici che non hanno avuto quel minimo di forza per cambiare la Costituzione. Non si vuole più insegnare ai nostri giovani che prima dei diritti vengono i doveri. Per fortuna si sta lavorando ad un nuovo Disegno di Legge che introduca un Servizio Civile obbligatorio, finalmente. Le caserme inutilizzate dovrebbero essere messe a disposizione per un nuovo Servizio Civile Universale e in parte adibite alla memoria storica”.

Tocca a don Bruno parlare delle canzonie della Preghiera dell’Alpino in chiesa:

“Una parte della Chiesa tende a distinguere il sacro dal profano relegando il secondo alla plebe: il Vescovo cammina su un binario e il popolo su un altro. Ci si dimentica che lo stesso Gesù ha seminato la parola della salvezza in mezzo alla gente comune e non dentro al Tempio. Basta seguire l’esempio di Papa Francesco in tutti i suoi interventi e in tutti i suoi pellegrinaggi. Dichiarare la Preghiera dell’Alpino violenta significa non comprendere il contesto storico (gli anni ’30) in cui è nata. Cosa dovremmo fare allora della Bibbia con il suo contenuto altamente violento? Bruciarla o comprenderla? Rispettiamo l’origine delle cose! Quando la preghiera dell’Alpino recita […] rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci… la nostra millenaria civiltà cristiana” non significa la nostra fede che rimane libera e individuale, ma la nostra civiltà! O vogliamo lasciare libertà a chiunque di distruggerla? Gli alpini non sono mai armati, se non di generosità e coraggio, e non dimentichiamo che si può essere violenti anche senza avere armi con sé!

Alla politica dico che deve essere al servizio di tutti! Quando un governo decide il bene o il male a colpi di maggioranza significa che non è una democrazia ma un’Associazione per delinquere”.

La platea si unisce in un’ovazione e in un applauso prolungato.

Le domande relative all’Adunata del 1917 scivolano delicatamente per timore di rompere l’incantesimo di un sogno a lungo cullato e che forse sta per avverarsi. I Presidenti delle Sezioni di Vittorio V., Valdobbiadene, Conegliano e Treviso fanno quadrato attorno al Presidente nazionale e al direttore dell’Alpino. Gli alpini presenti si sentono fieri e fortunati di poter far parte di un’Associazione amata e rispettata per i propri meriti e il finale con l’inno di Mameli suggella una serata indimenticabile.

Favero_Fasani


Isidoro Perin

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